Ancora una volta si rese conto di quanto fosse distratta.
Avrebbe potuto ucciderla, o anche uccidersi, pensò con un fremito, se la macchina non avesse retto l’inchiodata sullo sterrato reso ancora più sdrucciolevole dalla pioggia.
Guardò stralunata l’uccello, che attratto forse da un bagliore, strano per quella grigia giornata di novembre, pescava in una pozza.
Bisognava facesse attenzione, bisognava che fosse più presente. Le stava succedendo troppo spesso, ultimamente, di ritrovarsi a fare le cose in una totale assenza di concentrazione, come un automa.
La sua mente era altrove ed era talmente lontana che, l’apparire improvviso della gazza l’aveva riscossa come se tornasse da un’altra dimensione.
Era ormai quasi un mese che il suo pensiero, in ogni momento di libertà, tornava immancabilmente indietro a quel giorno di due anni prima, in un incessante ruminare.
“Non ti amo più” aveva detto con un’urgenza perentoria e spavalda.
“Voglio la separazione, fra noi non c’è veramente più niente, solo noia e svilimento. Abbiamo due figlie meravigliose, non roviniamole con la nostra incapacità di vivere, si meritano di meglio, e anche noi.”
Davanti al suo stupore aveva rilanciato:
“Vedi, non ti eri accorto di nulla, eppure sono mesi che ti ripeto che siamo su un terreno minato, mesi che abbiamo smesso di cercarci, di parlare di noi, di essere complici. Mesi in cui il nostro è stato solo un rapporto di madre e padre. Non negare. Lo so che ti attardavi davanti la tele per non doverti confrontare con me, neanche a letto.”
Inutili tutte le proteste di lui, tutta la sua disperazione.
“Amo un altro, da tanto… da mesi.”
Come aveva potuto? Come aveva potuto sgretolare così, in pochi secondi, tutta la loro storia, la loro vita insieme, il loro amore?
E come mai, da un mese a questa parte, il ricordo dei due anni trascorsi le pesava come un macigno? Perché non riusciva ad andare avanti?
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